Recensione critica “L’adeguamento” - Marco Plebani (Transeuropa)

Quando la poesia evita di essere irresponsabile: leggendo L’adeguamento di Marco Plebani

Ci sono raccolte che provocano ammirazione per l’equilibrio raggiunto tra perfezione formale e una ricca solidità dei contenuti, e altre che provocano qualcosa di meno scontato, ma probabilmente più interessante: l’invidia per la posta in palio.

È questa la prima sensazione che lascia la poetica di Marco Plebani.

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Non necessariamente perché dica cose che nessun altro abbia mai pensato, ma perché decide di mettere per iscritto ciò che una parte dell'ambiente poetico preferisce mantenere nel regime dell'allusione privata: i rapporti di forza dell'editoria, l'autoconservazione delle nicchie, la costruzione del prestigio, la distanza tra poesia e storia, l'isolamento della ricerca linguistica, il progressivo consolidarsi di alcune forme espressive fino a diventare dogmi.

È importante soprattutto la posizione dalla quale questa critica viene pronunciata.

  • La poesia che svermina l’editoria

Plebani non è un osservatore che può permettersi il lusso dell'estraneità: è un poeta e dunque appartiene allo stesso campo che mette in discussione.

È qui che la polemica acquista interesse letterario.

Criticare un sistema dal quale non si dipende costa relativamente poco. In questo caso però, l’autore sa presumibilmente che il sistema che espone è anche quello che, inevitabilmente, continuerà a doverlo leggere, selezionare, pubblicare o rifiutare.

E non soltanto: chi, editorialmente parlando, si troverà a leggere un suo inedito, se svolge il proprio lavoro con attenzione, difficilmente prescinderà da quanto Plebani ha già scritto, dalla sua poetica e dalle posizioni che scoprirà assunte nei confronti dello stesso circuito entro cui quel testo sta cercando accesso.

È qui che la critica può produrre conseguenze concrete, soprattutto quando incontra editori poco disposti ad accogliere uno sguardo apertamente conflittuale sul settore. Fortunatamente, però, non mancano case editrici di poesia nate proprio da una presa di posizione rispetto alle consuetudini e alle storture del sistema.

Da qui viene la posta in palio.

La raccolta agisce quindi anche contro una specie di pace corporativa della poesia: quel patto non scritto secondo cui determinate dinamiche possono essere conosciute da tutti purché nessuno abbia l'indelicatezza di nominarle.

Plebani le nomina.

La pubblicazione con case editrici di rilievo
dà diritto a stigmatizzare emergenti
che inviano selezioni da vaglio.
"Non mi disturbare ancora" disse una poetessa affermata che odia gli uomini
ad un uomo gentile.

[…]

Le antologie sono di chi ha il potere definitivo,
non di chi ha solo l'hype temporaneo.

Nella satira di questo campo poetico contemporaneo - editori prestigiosi, selezioni, poeti affermati, accademici, antologie, reputazione e potere culturale - il linguaggio oscilla tra la burocrazia editoriale e l’assurdo: la dispersione del bersaglio può essere letta come mimetizzazione, ma non indebolisce la precisione dell’attacco.

Pordenone legge, su invito.

Atelier.

Ho letto con interesse i testi che mi ha inviato.
Vi ho trovato precise doti poetiche che dovrebbero essere ancora raffinate.
Talvolta la retorica prende il sopravvento sull’ispirazione.

"Parasemiosi" e "realismo interno" degli editoriali-dazebao
creano omologazione antiretorica snerbata.

Il Premio Viareggio è su raccomandazione, c'è scritto sul bando.

Poetarum Silva.

Interno Poesia.

Veda messaggio precedente,
un poeta dovrebbe leggere i contemporanei,
i soldi del concorso,
l'obbligo del cartaceo per la nostra noia.

Si rivolga a / Sbrizzolini per un eventual scouting fino a fine riga.

Il blog lettararione di / Ramparolloni-Vercenghi decide a chi

[…]

Un collage di risposte editoriali standardizzate mescolate a nomi sia reali del mondo poetico che evidentemente deformati: ne esce un ambiente a metà tra documentazione e farsa per dare al bersaglio un indirizzo di denuncia collettiva.

  • Sliricizzare la poesia, ma anche sliricizzare la sliricizzazione

La passione per la raccolta impenna poi già da quello che costituisce un primo punto saldo del suo programma poetico: cioè un inventario polemico del lessico che non solo la tradizione, ma sempre più la convinzione aspirazionale del poeta mediocre, ha caricato di una preventiva costante disponibilità poetica.

Le parole inflazionate, quelle che tu ami.
Per la tua gioia incontenibile, eccole:

cuore
anima
beltà
capelli
fronde
dolce
sentimento
fiore
[…]
stronzo.

Bisogna impegnarsi per la sliricizzazione.
Non bisogna impegnarsi per la sliricizzazione

Plebani non ha bisogno di ridicolizzarlo esplicitamente più di quanto il loro utilizzo spregiudicato fa di per sé… lascia che si accumuli.

Il punto non è lontanamente affermare che sono vocaboli che non possono essere più utilizzati, ma domandare con fare stanco e denuncioso: perché alcune parole vengono percepite poetiche prima ancora che producano poesia?

La poesia, ricordiamolo, nasce come strumento imperituro per sottrarsi ai loghi comuni, non per diventare un codice di riconoscimento.

Il senso del componimento è che un linguaggio deve dimostrare di essere necessario di volta in volta.

Il suo avversario è perciò l’automatismo.

“Stronzo” non è semplicemente una provocazione finale, ma il sabotaggio dell'intero elenco. Una parola esclusa dal vocabolario lirico viene collocata nello stesso come a dire: chi ha deciso che aureo possieda più poesia di stronzo?

Questo termine, unito ai due versi conclusivi intende suggerire: se la sliricizzazione diventasse a sua volta una prescrizione, nascerebbe semplicemente un altro vocabolario obbligatorio.

Avendo come avversario l’automatismo: rifiuta l’automatismo anche dell’anti-lirismo.

  • Gli oggetti assumono responsabilità

Lasciando per un momento da parte la struttura complessiva del libro, è utile vederne un tratto della materia, che comunque rappresenta un passaggio di contingenza con il disegno di programma poetico.

Sono, infatti, da sempre convinto che un poeta si riconosce anche dal ruolo che attribuisce agli oggetti.

In L’adeguamento gli oggetti non costituiscono semplicemente l’arredamento materiale delle poesie. Spesso diventano veri e propri dispositivi morali e affettivi.

La lavatrice, la camicia, la televisione, i lampadari, il pick-up giallo.

Sono elementi quotidiani che assorbono responsabilità che normalmente attribuiremmo alle persone e rendono materialmente osservabili, effettivamente avvenute situazioni con alta carica emotiva, altrimenti difficili da circoscrivere.

Le cose finiscono per spiegare l’impronunciabile condizione umana.

Non esistono lampadari nella cucina e nella sala.
Si accendono luci funzionanti sfilacciate
ereditate in dotazione.
Non esiste la terza camera a completare la seconda.
La libreria contiene giocatttoli da pavimento, ma non ancora libri.
L'ombrello arcobalenico è chiuso,
la pioggia batte fuori.
La jukka riceve surplus fotosintetici
in un aprile gennaio.

Vani in divenire deragliano a completamento.

La casa è descritta attraverso ciò che ancora non possiede: lampadari, terza camera, libri. Gli oggetti presenti sono provvisori, ereditati o fuori posto: luci «sfilacciate», giocattoli da pavimento, un ombrello arcobaleno chiuso mentre piove, una juk­ka esposta a un eccesso di luce.

È una poesia sull’abitazione incompiuta, ma anche sulla famiglia come progetto non ancora stabilizzato.

Al gradiente meno affollato della festa patronale
il giocattolaio subcontinentale ha imbonito
ai genitori
betoniera arancione, semovibile, stroboscobica e stordente
a 18 euro.

Sul lungomare avvistato
per capriccio procariote
pick up giallo in alluminio dimenticato dal 1997
a 1 euro.

L'anima non sgomenta,
gaudente di autocondizione
del pick up
sovrasta 18 volte
la betoniera.

Proporzionalità inversa o controintuito infantile?

Quest’ultima lirica è un esempio magistrale: la poesia mette a confronto due giocattoli: una betoniera vistosa venduta a 18 euro durante una festa patronale e un vecchio pick-up giallo trovato a un euro. Secondo la logica economica e spettacolare, il primo dovrebbe prevalere; nella percezione infantile, invece, il secondo possiede un valore diciotto volte superiore.

La domanda conclusiva — «Proporzionalità inversa o controintuito infantile?» — non richiede una vera risposta. L’infanzia è il luogo in cui il valore economico può essere rovesciato da una preferenza assolutamente intima.

  • Il gesto come diagnostica

Allo stesso modo di come oggetti si animano: dinamiche semplici, gesti consuetudinari diventano una forma di diagnostica.

È significativa, per esempio, l’immagine dell’abitazione incompiuta che abbiamo visto appena sopra.

La casa diventa quasi una proiezione materiale del percorso di realizzazione della vita: qualcosa che dovrebbe essere completato e abitato, ma che può rimanere strutturalmente in costruzione.

La materia edilizia finisce così per assumere una funzione esistenziale senza perdere la propria concretezza.

Ancora più interessante è il modo in cui la raccolta affronta la genitorialità.
E cioè attraverso un approfondimento frequentato nella narrativa, ma molto meno nella poesia: le divergenze sentimentali e pedagogiche attraverso la sua dimensione micro-amministrativa quotidiana.

Disaccordo sulla genitorialià
a corrente alterna,
[…]

Il televisore è un nemico,
il televisore è amico.
Internet è nemico,
Internet è amico.

D'accordo su un albero gigantesco
di cui non conosciamo il nome

Diversi sono anche i riferimenti al fatto che la famiglia non sia quindi un sistema immobile.

È un insieme di corpi che procedono con tempi differenti e che devono continuamente ricollocarsi gli uni rispetto agli altri.

Dalla barba spinosa che dissuade dal bacio di un figlio, al corpo intero che piano o di colpo declina.

  • La struttura mosaica

Quando si considera L’adeguamento nel suo complesso, emerge una problematica ed evidente eterogeneità a comprensione serrata.

Che qualche d’uno prima di me ha già fatto notare, e di cui lo stesso Plebani è a conoscenza dato che è allegato tra le risposte non inusitate nel componimento sull’approccio editoriale, riportato all’inizio di questa disamina.

Il mio intento costituisce il disperato ultimo tentativo di mostrargli l’esito esplosivo di una strategia raddrizzata.
Attraverso l’aspetto più persuasivo per un poeta tutto d’un pezzo come Plebani: la direzione.

Allontanandosi dichiaratamente dalla forma prosaica, si poteva dedurre che quella che avrebbe adottato sarebbe stata: una poesia mosaica, nel senso di composita.

La raccolta accosta componimenti con tendenze deliberatamente disorientanti: satira, intimità familiare, meta-poesia, lavoro, grottesco, riflessione politica e sperimentazione verbale convivono senza cercare un compromesso col lettore potenziale.

Questa instabilità è coerente con il progetto del libro.
Se Plebani contesta le forme cristallizzate della comunicazione poetica, sarebbe contraddittorio aspettarsi da lui una lingua incasellata e addomesticata.

  • La sottrazione

La poesia di Plebani però raggiunge indiscutibilmente i suoi risultati migliori quando il grottesco non annulla l’intimità ma, al contrario, la concretizza; quando la deformazione linguistica permette di arrivare con cupa precisione all’esperienza.

Esistono componimenti nei quali il lettore ha la sensazione di assistere a una conversazione in possesso soltanto di uno degli interlocutori (l’autore).

Ciò a causa di un meccanismo ragionato e deliberato che gioca sulla sottrazione di connessioni, preposizioni, verbi al fine di contorcere il verso. E accade tendenzialmente proprio quando il verso è più carico di storia intima o saturo di riferimenti culturali. Lo strumento diciamo episodico, lampeggiante come questo: dal mio punto di vista va compensato o con un alternarsi di verso contratto e verso disteso oppure con una postilla in prosa con almeno una chiave di lettura.

  • Chi deve leggere Plebani?

Perché rinunciare alla possibilità, meritoria, di richiamare il lettore attraverso versi capaci di essere mordenti e composizioni capaci di produrre una riflessione propria?
Perché privarlo di una poesia finalmente viva e necessaria, sacrificandola a una semplice ostinazione d’incrinatura?

Il problema non è che una poesia debba spiegarsi completamente: se lo facesse, perderebbe il suo nome millenario, la sua rispettabilità. Ma che non bisogna avere una, anche involontaria, presunzione che per essere compresi sia necessaria una consistente cultura pregressa.

La poesia non deve rinunciare all’istruire, a sfidare le conoscenze basiche umane, ma non può nemmeno essere uno slalom tra il testo e il motore di ricerca sul cellulare.

  • La riuscita temeraria

Ed è forse qui che si colloca la questione più importante per lo sviluppo della poesia di Plebani: deve stabilire a chi sia rivolta la sua manifestazione.

Sempre agli altri e solo in minima parte sé stesso (in quel dialogo privato, sigillato e necessario)?

Oppure, di volta in volta, (se capita, se c’è la possibilità) un po’ all’uno e un po’ agli altri?

In quale proporzione?

La risposta modifica radicalmente il rapporto tra sperimentazione e funzione.

E modifica, infine, la sua stessa collocazione critica: perché dalla risposta dipende non soltanto l’efficacia del progetto, ma anche a quale posizione possa legittimamente aspirare a occupare nel panorama contemporaneo.

  • L’aggressività lessicale

Un altro elemento comunemente segnalato nel libro è una certa aggressività lessicale.

Che io non considero né un indebolimento, né tanto meno un difetto.

Dove esiste una convinzione secondo cui un’argomentazione acquisterebbe maggiore autorevolezza quanto più riesce a mantenersi diplomatica: Plebani nuovamente interviene con una formulazione cruda che impedisce al contenuto di essere neutralizzato.

Soprattutto quando Plebani aggiunge al percorso del poeta un carico determinato, che vediamo nel punto successivo, solo utopisticamente conducibile con l’educata accomodazione.

  • Satira poetica e satira politica

Si tratta dell’ultimo, il più ambizioso, carattere del suo programma poetico.

Plebani può fare satira dell’ambiente letterario nello stesso modo in cui si fa satira politica perché riconosce una parentela strutturale tra i due campi: cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi e soprattutto cambiano le conseguenze, ma rimangono forme cristallizzate della comunicazione, rapporti di potere, formule riconoscibili.

Nel campo poetico è, come abbiamo detto, l’idea del lirico.

Allo stesso modo di come nel discorso politico può essere la semplificazione, l’affermazione sempre più grossa e sempre meno verificata. E nella terra di mezzo tra la poesia e la politica è: la mancanza di responsabilità.

  • Una poesia anti-ideologica

Il pattern lo scompone attraverso una posizione poetica anti-ideologica pura.

Non ascolto poeti
autoescludenti dalla storia,
dalla linfa,
dalla politica,
dalle figure retoriche,

[…]

A chi serve la nicchia?

Credo all'antifascismo perenne dei poeti,
nelle urne,
applicato per il bene,
applicato nelle tasse operaie ed impiegatizie pagate al millesimo,
applicato per chi non lo merita,
applicato per il popolo.

La storia non consegni catastrofi,
i poeti non abbandonino la poesia.

Perchè non c’è una ideologia dietro l’aut-aut che Plebani sostiene nella poesia ci debba essere.

L’unico automatismo davvero categorico richiesto, (affinché neanche l’assenza di automatismi diventi automatica):è la responsabilità civile, politica, etica, di proiezione storica… che ha la qualità di essere assolutamente non programmatica.

E se la poesia possiede anche questa funzione storiografica, la diplomazia non può essere sempre sufficiente.

Può bastare alla convivenza degli ideali.

Non necessariamente all’attivazione dei fatti.


Traiettorie di Approfondimento →

  • Quando la poesia critica il proprio sistema

La poesia che mette in discussione il proprio sistema editoriale rappresenta una delle forme più consapevoli e autocritiche della letteratura contemporanea.

Non si tratta soltanto di un tema ricorrente, ma di un vero e proprio atteggiamento poetico: quello di autori che, scrivendo, riflettono sulle condizioni materiali e simboliche della pubblicazione, denunciando la scarna vivibilità culturale.

In questo genere di produzione poetica, l’editoria non è mai un semplice sfondo neutro, ma diventa oggetto di analisi e spesso di accusa. I poeti che vi si confrontano mettono in luce le contraddizioni di un sistema che, pur dichiarandosi aperto alla creatività, è spesso governato logiche avverse.

Un caso emblematico è quello del Gruppo 63 in Italia, che negli anni Sessanta criticò apertamente le istituzioni editoriali tradizionali, cercando forme alternative di pubblicazione e diffusione.

Un altro esempio concreto è la vicenda di Emily Dickinson, la cui poesia fu pubblicata postuma e in forma fortemente modificata dagli editori, mostrando quanto il controllo editoriale possa alterare la ricezione di un’opera.

In questo senso, la poesia diventa anche una forma di testimonianza critica, capace di interrogare il proprio stesso circuito di esistenza.

  • Neologismo: il camerierato

Tra i testi più significativi della raccolta c’è poi quello dedicato al camerierato.

La forza comincia già dal neologismo: non “fare il cameriere”, non semplicemente “lavorare come cameriere”.

Camerierato.

Il suffisso trasforma un’occupazione, non in un fenomeno ma in una condizione, sul modello di parole come proletariato.

La poesia mostra il lavoro attraverso azioni, formule di servizio, umiliazioni e privazioni: portare i piatti, dire «prego, scusi», ricevere insulti, rinunciare ai sabati e alle domeniche.

Il camerierato inizia dalla birra pagata coi soldi tuoi.
Portare i piatti è dignitoso perché prima o poi si rompono.
Prego, scusi, ecco la carne e il dolce.
Pantaloni di merda neri.
Mi porta qualcosa che non sta sul menù, ma certo coglione, potevi dirmelo che sei un analfabeta.
Il camerierato è il periodo in cui si fa il cameriere.
Tanti sabati e domeniche senza birra.

La scrittura dei versi è piana e prosaica come piace agli sbiribbani.

Questo tipo di lavoro occupa il tempo, modifica il corpo, organizza le relazioni, determina la disponibilità personale e interviene sulla percezione di sé.

Chiamarlo camerierato significa allora riconoscere che certi lavori non rimangono circoscritti alle ore nelle quali vengono svolti; non è semplicemente il periodo durante il quale qualcuno lavora come cameriere: è una categoria sociale a rischio, una stato cha va sindacalizzato.

Dice della dignità culturale che un Paese assicura o non assicura alla sua forza lavoro, dice tutto sulla qualità della considerazione che ha l’agenda e l’organizzazione politica nei confronti della sua popolazione.

Colpisce anche qui il modo in cui Plebani ce la racconta: la poesia non deve salvare la fatica illecita, nobilitarla con la liricizzazione… la salva se la prende sul serio, denunciandone la condizione.


Continua con una nota biobibliografica →

Marco Plebani è un poeta e insegnante di Lingua e letteratura italiana, nato a Jesi nel 1978.

Ha costruito nel tempo una ricerca poetica caratterizzata dalla contaminazione dei registri, dalla riflessione metalinguistica e dall'attenzione alla dimensione quotidiana, familiare, lavorativa e sociale. La sua scrittura alterna lessico colloquiale, tecnicismi, neologismi, turpiloquio e forme più tradizionalmente liriche, mettendo spesso in discussione gli automatismi della lingua poetica contemporanea.

Origini e vita:
Nato a Jesi, in provincia di Ancona, il 20 agosto 1978, ha vissuto tra Montefano, Corridonia e Macerata.

Insegnamento:
È insegnante di Lettere nella scuola secondaria di primo grado. La didattica incide sulla comparsa frequente di riflessioni sul linguaggio, sulla trasmissione culturale e sul rapporto tra parola, formazione e responsabilità.

Decimo Dan:

Nel 2022 ha pubblicato Decimo Dan per Edizioni La Gru, raccolta che riunisce testi composti tra il 1999 e il 2021. Il titolo richiama il massimo grado previsto in alcune arti marziali e viene assunto come metafora di un possibile grado di consapevolezza raggiunto attraverso la pratica poetica.

  • Dati sull’opera e altre pubblicazioni

Titolo: L’adeguamento
Autrice: Marco Plebani
Editore: Transeuropa

Decimo dan (2022, Edizioni La Gru): La sua prima silloge.


Letture complementari →

La ragazza Carla - Elio Pagliarani

Pagliarani permette di approfondire il rapporto tra poesia, lavoro e linguaggio non tradizionalmente poetico.

Tecniche di basso livello - Gherardo Bartolotti

Accanto alla idea di sliricizzazione, Bortolotti porta nella scrittura linguaggi ordinari, tecnologici, amministrativi e contemporanei, sottraendo centralità all'io lirico.

Una volta per sempre - Franco Fortini

È forse il complemento teoricamente più importante per il problema del poeta dentro la storia. La parola poetica può mantenere tutta la propria complessità senza comportarsi come se il mondo nel quale viene pronunciata non esistesse.


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