Recensione critica “Canne al vento” - Grazia Deledda (Premio Nobel 1929)
Quando il mito precede il romanzo: rileggendo Canne al vento di Grazia Deledda
Ci sono libri che appartengono alla storia della letteratura prima ancora che all’esperienza della lettura.
Canne al vento è, malauguratamente, uno di questi.
Il Premio Nobel assegnato a Grazia Deledda nel 1926 ha inevitabilmente trasformato questo romanzo in un classico della narrativa italiana. Ma proprio la forza del suo statuto canonico impone una domanda che ogni lettore dovrebbe avere il coraggio di porsi: il prestigio storico, anche e soprattutto vantato da altri, coincide necessariamente con l’efficacia narrativa?
Nel mio caso, la risposta è negativa.
Non perché Canne al vento sia un romanzo privo di qualità. La lingua di Deledda conserva una straordinaria eleganza e una notevole capacità evocativa. Il problema riguarda piuttosto il modo in cui questa scrittura costruisce i personaggi, organizza il conflitto e distribuisce il peso emotivo degli eventi.
Il risultato è un’opera che, pur ricca di simboli e di suggestioni, fatica spesso a trasformare la propria intensità poetica in autentica partecipazione narrativa.
La memoria senza apparizione
L'intera vicenda si fonda su un passato che continua ad agire nel presente: segreti familiari, colpe, morti violente, assenze avvertite. Il romanzo procede attraverso una continua rievocazione di ciò che è già accaduto e che viene lentamente svelato al lettore. L'idea strutturale è efficace, il problema è la sua realizzazione.
Molti dei personaggi più importanti esistono quasi esclusivamente nel ricordo degli altri, eppure la loro presenza non riesce a caricarsi della necessaria densità emotiva, cioè l'entità effettiva dell'influenza che ancora esercitano sul corrente.
Non si dice di Canne al vento come un romanzo verista, anche perché è cercato il meccanismo dell’empatia che è affidato però a questo irregolare e emozionalmente ininfluente pathos pregresso.
Il passato informa il presente senza riuscire davvero ad apparire.
Personaggi che sfuggono all’identificazione
Uno degli aspetti più problematici della lettura riguarda la costruzione dei personaggi.
Per gran parte del romanzo rimangono sorprendentemente sfuggenti.
Come lettore si ha continuamente la sensazione di cercare un contatto che non arriva mai. È difficile attribuire loro una precisa consistenza non solo psicologica, ma addirittura biologica. Soltanto verso i capitoli finali le figure principali iniziano ad acquisire una maggiore riconoscibilità. Fino ad allora sembrano muoversi in virtù di funzioni narrative, di fatto dis-funzionali, che come individui. Contrariamente a quando comunemente è diffuso ritenerli vivi.
È una distanza che rende complicata qualsiasi forma di immedesimazione, sempre necessaria, sia nei termini di simpatia che in quelli di antipatia, sia nella brutalità, nel sentimento dell’indegno che nella sorpresa della meraviglia.
L'amore come evento, non come processo
Tra le vicende meno convincenti emerge il sentimento di Donna Noemi nei confronti di Giacinto.
L'episodio delle lacrime cadute sulle labbra possiede una forte carica simbolica e poetica. L’agente e l'immagine complessiva è memorabile. Una dinamica quasi mistica: parlerei infatti di incesto spirituale. Purtroppo non esisteva già all’epoca, al di fuori forse dell’amore per Gesù, che una scena simile non provocasse, oltre il fascino poetico una sensazione di profondo disagio.
Ma proprio per questo avrebbe richiesto un'elaborazione narrativa molto più ampia.
Il romanzo presenta questo amore come un fatto, quando ogni amore succede in un percorso.
E quando un sentimento così complesso nasce senza un adeguato sviluppo interiore, il rischio è che il lettore ne percepisca la presenza come qualità di meccanismo forzato. senza comprenderne davvero le ragioni.
Più che misterioso o trascendentale o umanamente strabordante, il sentimento finisce così per apparire inspiegabile perché di fatto è un mero incidente.
Il problema persistente
In più occasioni, come precedentemente insinuato, il romanzo sembra affidare alla situazione il compito di produrre emozione. A differenza di quanto vorrebbero le basilari regole della scrittura: che siano le reazioni messe in atto o, al peggio, dal lettore attese in quanto ricavate dalla progettazione ricostruita del personaggio, all’imbocco della situazione a dare come risultato un qualsivoglia sentimento.
La morte di Donna Ruth ne costituisce forse l'esempio più evidente.
La scena appare improvvisa e poco leggibile. Se altri personaggi non ne esplicitassero l'esito, il lettore faticherebbe persino a comprendere che la morte sia realmente avvenuta o sia l’immagine passeggera di una possibilità allegorica.
Nuovamente il pathos viene evocato e non costruito. La letteratura, se vogliamo, contaminata dal verismo non vuole l’intervento del narratore dall’alto così come, però, le scene gettate senza processo scusate per “destino”.
Ed è una differenza sostanziale. L'emozione narrativa nasce dalla preparazione degli eventi, non soltanto dalla loro gravità.
Assenza di caratterizzazione dialogica
La caratterizzazione linguistica dei personaggi avrebbe potuto rappresentare uno degli elementi più originali del romanzo.
Giacinto, ad esempio, viene introdotto attraverso il frequente uso del "sì" rafforzativo, soluzione che lascia immaginare una precisa individualizzazione della sua voce.
Nel corso dell'opera, però, quella stessa particolarità si diffonde progressivamente anche negli altri personaggi. La scelta stilistica perde così la propria funzione distintiva. I dialoghi finiscono per assomigliarsi molto più di quanto sarebbe auspicabile.
E con essi anche le personalità.
Le deviazioni della trama
Alcune sezioni dedicate alla mendicanza di Efix sembrano interrompere il ritmo della narrazione principale.
Naturalmente possiedono un significato simbolico e morale… ma la loro integrazione nell'economia del romanzo appare meno organica rispetto ad altri episodi (che come abbiamo visto tendono tutti a mancare di armonia concettuale). Si ha l'impressione che il discorso etico prevalga temporaneamente sulla progressione narrativa.
In parole spicciole: si ha la maliziosità di pensare che la Deledda ad una certa abbia voluto iniettare una dose di moralismo in extremis per dare, pur sempre, vibrazioni campestri medio-finta borghese.
Il romanzo rallenta. La tensione si disperde.
Ed emerge la sensazione che alcuni capitoli possano vivere quasi autonomamente rispetto al nucleo principale della vicenda. Uno spin-off.
Lo spreco imperdonabile
Paradossalmente, anche se risulta in linea con la disamina che stiamo presentando di Canne al vento come il romanzo dell’abbozzo, i personaggi che sembrano possedere il maggiore potenziale psicologico sono quelli meno approfonditi.
Donna Ester rappresenta forse il caso più evidente. La sua presenza rimane costantemente marginale. Avrà, vado a memoria, un capitolo di esistenza?
Eppure ogni sua apparizione lascia intuire una complessità che il romanzo non esplora mai fino in fondo. Lo stesso, in misura diversa, per altre figure femminili.
La sensazione è quella di un patrimonio narrativo soltanto ipotizzato.
Giacinto, cara Deledda è difficile
Gran parte del romanzo sembra orientare - manipolare - il lettore verso una progressiva comprensione di Giacinto.
Tuttavia molte delle sue azioni rendono difficile questa adorazione ambita.
Non tanto perché moralmente discutibili (la letteratura è piena di grandi personaggi, scritti o scriventi, negativi), quanto perché il loro sviluppo psicologico non appare sufficiente a trasformare il giudizio morale in comprensione narrativa.
Il romanzo sembra chiedere empatia.
Ma non sempre costruisce le condizioni perché essa possa nascere.
Il destino dov’è e se dov’è, cos’è?
La critica ha spesso letto Canne al vento come uno dei grandi romanzi del destino. Durante la lettura, però, questa centralità appare meno evidente di quanto la tradizione lasci immaginare.
Molti degli eventi decisivi sembrano infatti derivare dalle scelte dei personaggi più che da una forza superiore che li sovrasti. L'arrivo di Giacinto. Lo sperpero del patrimonio. La mendicanza di Efix.
Sono tutti episodi che trovano una causa concreta nelle decisioni umane.
Vero è che in questo genere di letteratura grande spazio è riservato alla propria azione decisoria personale, che poi per l’appunto va a scontrarsi con un insormontabile macigno percettivo sovraumano che corregge o fa uscire dai bordi qualsiasi profusione personale.Il fato esiste non come ulteriore personaggio dannatamente influente e riconoscibile, bensì più come atmosfera che motore dell'azione.
Il vero limite di Canne al vento, a quale genere appartiene? →
Per comprendere fino in fondo uno dei limiti che, a mio avviso, attraversano Canne al vento, può essere utile chiamare in causa un genere apparentemente lontanissimo: il romanzo picaresco.
Dato per assodato che la concretezza del verismo è considerevolmente contaminata da un simbolismo magico.
Il romanzo picaresco nasce nella Spagna del Cinquecento con il Lazarillo de Tormes e trova poi una delle sue massime espressioni nel Guzmán de Alfarache. Il protagonista è il pícaro: un marginale, povero, spesso moralmente ambiguo, costretto a sopravvivere attraversando ambienti sociali differenti. La struttura è episodica; ogni capitolo rappresenta un'esperienza nuova che modifica lentamente il protagonista e permette al lettore di conoscerlo sempre più a fondo.
L'azione precede la psicologia: facendo sì che il personaggio diventa qualcuno, e che il lettore impari a conoscerlo perchè ne osserva continuamente le scelte.
Efix come anti-picaro
In Canne al vento esiste un personaggio che, almeno superficialmente, sembrerebbe poter appartenere a questa tradizione: Efix. È povero, smania, è errante.
Eppure accade l'esatto contrario rispetto al romanzo picaresco. Ogni suo spostamento, come abbiamo precedentemente visto, non apre il racconto nel suo caso ancora più evidentemente che negli altri personaggi.
Le lunghe sezioni dedicate alla mendicanza non producono nuove conoscenze sui personaggi né modificano realmente l'intreccio. Nel Lazarillo ogni tappa costituisce un avanzamento.
In Deledda molte tappe sembrano semplicemente macerare lo stato precedente. Per questo parlerei di una forma anti-picaresca. Sembra come se Deledda, del genere, voglia utilizzarne alcuni elementi privandoli però della loro funzione narrativa principale.
Un anti-picaresco atipico
Perché definirlo addirittura atipico?
Perché manca anche l'altro elemento fondamentale dell'anti-picaresco moderno.
Nei romanzi contemporanei che rovesciano il modello picaresco - basti pensare, in modi diversi, a Kafka o Beckett - l'assenza di progresso diventa il significato stesso dell'opera: il fallimento del tracciato è il messaggio.
In Canne al vento, invece, questa impressione sembra nascere più dalla costruzione narrativa che da un preciso programma, impianto scenico-pedagogico. La ripetizione non appare sempre intenzionale, altrimenti non parlerei di Canne al vento come il romanzo dell’abbozzo. Talvolta sembra semplicemente sottrarre energia al racconto.
Per questo motivo preferirei parlare di anti-picaresco atipico: un'opera che assume alcuni tratti del viaggio picaresco senza farli evolvere né in una vera avventura né in un consapevole anti-romanzo.
Il vero problema è la misura del libro
Arrivo così a quella che considero la mia principale riserva sul romanzo.
La quale, nuovamente e come sempre, non riguarda tanto la scrittura di Grazia Deledda: riguarda la forma scelta.
Ho avuto continuamente l'impressione di leggere un racconto lungo che aspira a essere un romanzo o, se si preferisce, un romanzo che avrebbe avuto bisogno del doppio dello spazio.
Molti dei problemi che ho evidenziato sembrano infatti derivare dalla stessa origine.
La rievocazione del passato non ha il tempo di sedimentare.
L'amore di Donna Noemi per Giacinto nasce senza essere davvero costruito.
Donna Ester rimane una promessa narrativa.
La morte di Donna Ruth arriva senza preparazione.
Giacinto non dispone dello spazio necessario per trasformarsi da funzione narrativa a individuo.
Persino il destino, cioè il centro simbolico dell'opera, rimane spesso evocato più che realmente sperimentato.
Romanzo breve o racconto lungo?
Qui vale la pena fare una ulteriore distinzione teorica: un romanzo breve (novella nel senso europeo del termine) non è semplicemente un romanzo con poche pagine, è un testo che concentra la propria forza su un unico conflitto, eliminando quasi tutto ciò che è accessorio.
In La metamorfosi di Kafka o a Il vecchio e il mare di Hemingway… ogni scena è indispensabile e ogni personaggio svolge una funzione precisa. Nulla sembra mancare.
In Canne al vento avviene non una concentrazione, ma una sottrazione.
Il romanzo apre continuamente possibilità che poi non sviluppa.
Accenna psicologie che interrompe.
Introduce personaggi che restano incompiuti.
Presenta conflitti che sembrano chiedere altre pagine.
Per questo motivo la mia impressione è che l'opera soffra di una sorta di compressione narrativa.
Non perché sia breve in assoluto (circa 190 pagine possono bastare a costruire un grande romanzo), ma perché la quantità di materia narrativa è superiore allo spazio che il libro le concede.
Un'opera che avrebbe tratto beneficio da una maggiore estensione.
Perciò, in conclusione, direi di Canne al vento un romanzo breve che diventa racconto lungo, come scelta formale-ideologica per squalificare la materia che è sostanzialmente un abbozzo qualitativo.
Continua con una Nota Biobibliografica →
Profilo Biografico Minimo
Nacque a Nuoro il 27 settembre 1871 da una famiglia benestante. Compì studi da autodidatta, appassionandosi alla letteratura nonostante l'istruzione formale limitata alle scuole elementari, che all'epoca era la norma per le donne.
Esordi: A soli 15 anni scrisse la sua prima novella. Nel 1888 pubblicò il suo primo racconto su una rivista e, nel 1892, esordì con il romanzo Fior di Sardegna.
Il Periodo Romano: Nel 1900, dopo il matrimonio con il funzionario statale Palmiro Madesani, si trasferì a Roma, dove visse fino alla morte. Nella capitale strinse amicizia con intellettuali di spicco e visse una vita intensa e prolifica di scrittura.
Il Premio Nobel:
Nel 1926 l'Accademia di Svezia le conferì il Premio Nobel per la Letteratura "per la sua ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi".
Morì a Roma nel 1936. Il suo corpo venne poi traslato a Nuoro nel 1959, dove oggi riposa nella Chiesa della Madonna della Solitudine ai piedi del Monte Ortobene.
Sinossi Completa
Titolo: Canne al vento
Autrice: Grazia Deledda
Prima edizione: 1913
In un podere isolato della Sardegna, le nobili sorelle Pintor (Ruth, Ester e Noemi) vivono in rovina economica accudite dal fedele servo Efix. L'equilibrio si rompe con l'arrivo di Giacinto, scapestrato figlio della sorella Lia, fuggita in continente. Efix custodisce un tragico segreto: la morte del padrone, Don Zame.
Il romanzo è ambientato nel piccolo paese sardo di Galte (ispirato a Galtellì). Le sorelle Pintor rappresentano una nobiltà decaduta. Nonostante la miseria, le sorelle – in particolare l'austera Noemi – cercano di mantenere le apparenze sdegnose, mentre il vecchio servo Efix lavora e custodisce l'ultimo pezzo di terra rimasto.
La tranquillità del microcosmo viene sconvolta dall'arrivo di Giacinto, il figlio della sorella minore Lia. Lia era fuggita dalla Sardegna tempo addietro per sottrarsi all'autorità dispotica del padre, Don Zame. Il patriarca era morto misteriosamente nel tentativo di riportare a casa la figlia, e la colpa di questa morte ricade, nella mente tormentata di Efix, su se stesso e su un antico segreto inconfessabile.
Giacinto si rivela un giovane debole e dissoluto. Per colpa sua, le sorelle Pintor sono costrette a ipotecare l'ultimo podere e a indebitarsi con l'usuraia Kallina. Vedendo la rovina imminente, Efix decide di partire come mendicante per farsi perdonare i suoi peccati, sperando così di espiare la sua colpa. Nel suo vagare, subisce un grave incidente e viene accolto da parenti lontani.
Nel frattempo, la situazione in casa Pintor peggiora ulteriormente, con Noemi che rischia di sposare per disperazione il rozzo usuraio Don Predu. Tuttavia, l'epilogo riserva una svolta inaspettata: Efix ritorna a casa in fin di vita, provato dal dolore ma finalmente pacificato interiormente. Il suo ritorno coincide provvidenzialmente con il matrimonio tra Noemi e Don Predu, che risolve i problemi finanziari della famiglia, permettendo loro di riscattare il podere.
Significato dell'opera
Il titolo capolavoro di Grazia Deledda è riassunto nella celebre metafora pronunciata dal servo Efix: gli uomini sono come "canne al vento", creature fragili in balia di un destino inesorabile e delle forze della natura.
Altre Opere Principali
La via del male (1896) - Romanzo che esplora le debolezze umane e le conseguenze delle scelte sbagliate.
Elias Portolu (1903) - Opera che le diede la consacrazione internazionale, incentrata sui temi della colpa e della redenzione.
Cenere (1904) - Drammatico romanzo sul sacrificio materno, da cui fu tratto l'omonimo film muto interpretato da Eleonora Duse.
L'edera (1908) - Un'intensa analisi delle angosce di una donna disposta a tutto per salvare l'onore della famiglia.
La madre(1920) - Intenso dramma psicologico sul conflitto tra la vocazione religiosa di un giovane prete e l'amore terreno, sotto lo sguardo severo e angosciato della madre.
Cosima (1937) - Pubblicato postumo, è un romanzo-autobiografia in cui ripercorre con delicatezza e malinconia la sua infanzia e il suo sogno, ostinato e vincente, di diventare scrittrice.
Letture complementari
I Malavoglia –
Giovanni Verga
Per osservare una diversa declinazione del Verismo, in cui il rapporto tra destino, ambiente e costruzione dei personaggi assume una maggiore coesione narrativa.
La madre –
Grazia Deledda
Uno dei romanzi in cui la riflessione morale dell'autrice raggiunge una forma più compatta e una maggiore intensità psicologica.
Paese d'ombre – Giuseppe Dessì
Un altro grande romanzo sardo che affronta il rapporto tra individuo, comunità e storia con una costruzione narrativa più ampia e corale.
