Recensione critica “Suite Arancio” - Paola di Toro (Rita Pacilio)
Quando l'evidenza ha una preistoria: vivendo Suite arancio di Paola Di Toro
La buona poesia non si limita a nominare le cose.
Le costringe a significare diversamente.
È ciò che accade in Suite arancio di Paola Di Toro, una raccolta che costruisce la propria forza non sulla rarità del lessico, ma sull'irregolarità delle relazioni che instaura tra le parole. Natura, luce, oggetti, corpo e memoria vengono continuamente ricombinati fino a produrre uno spazio percettivo nuovo, dove la logica ordinaria smette lentamente di essere accontentabile.
La sensazione iniziale è quella di essere accolti in uno spazio che oscilla continuamente tra l'interno domestico e il paesaggio naturale.
L'habitat poetico di Di Toro è sinestetico, ma non nel senso più comune del termine. Qui la sinestesia è allucinazione controllata giocata sullo slittamento dei sensi e il gioco con le leggi percettive.
Di questa maniera, la raccolta ci ributta continuamente nell'umido, nel deperibile, quando non decide di farsi acensione.
La suite come ordine, l'arancio come perturbazione
Già il titolo contiene la chiave interpretativa dell'intera raccolta.
"Suite" è una parola disciplinata e diciamo, di categoria. Richiama una successione ordinata, una struttura riconoscibile. Come si presume strutturata l’azione umana e strutturante la responsabilità
"Arancio", invece, interviene come elemento deviante, introducendo l'irregolarità dentro una categoria pensata per essere stabile.
La sensazione, espressa in nessuna poesia, ma immaginata come manifestazione della poetica: è di una luce che sovrappone l’ombra di un agrume o che appiccica al muro il colore di un vetro colorato facendone una carta da parati.
La poesia di Paola Di Toro nasce proprio da questo attrito fra ordine e deviazione. Tra mistico, causalità e sovrapposizione.
[…]
la pace del legno a deviare
l’inquieto più in alto
in alto
a fiorire
Una poesia che sa ancora soddisfare
"Soddisfacente" non significa "sufficiente".
Non significa la massima resa raggiungibile nei limiti e in virtù del minimo sforzo impiegato; non è uno vocabolario aziendale.
Significa qualcosa di più difficile. Quello che più difficilmente succede nella lettura di una raccolta contemporanea: significa avere la percezione di aver ricevuto qualcosa.
E cioè un autentico senso di appagamento, di poesia che lascia nutrimento.
Restituire dignità alle parole
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il lavoro sulla parola.
Innanzitutto nell’attacco «è corrente planetaria…» c’è contenuta l’intenzione della scelta linguistica che si fa nel contenuto: fare un giro completo delle cose messe a disposizione nel mondo.
è corrente planetaria
che si insinua tra le ossa.
Ne fa prateria di steli
flessibili schiera scomposta.
Il vento di stanotte la smania
di rendersi lontani
le nuvole disunite dei fianchi
e invece contenersi
Per fare questo l'autrice ricorre spesso a parole elementari, termini regolari.
Luce Buio Sole Terra Acqua
Termini che ritengo già consumati dalla tradizione poetica. Che non sono proprio quindi di mio gusto.
La loro forza, però, non nasce dall'eccezionalità ma dalla relazione.
In primo luogo È significativo, ad esempio, l'impiego di "steli" al posto del più prevedibile "fiori".
La scelta sembra voler restituire dignità poetica proprio ai sinonimi meno frequentati.
La contraddizione come principio poetico
In secondo luogo, quella che emerge la cifra più efficace della raccolta, cioè rinnovare la relazione tra le parole.
I termini comuni vengono continuamente inseriti in immagini incompatibili, sospendendo la funzione abituale. Immagini contraddittorie e forse incordinabili.
Come testimonia il verso «prima che si sveni come il sole» nel componimento chiamato Verde.
Azzarderei, che forse la poesia migliore sta proprio quando i fatti si comportano da innaturale e le cose compiono ciò che in realtà non potrebbero.
Lo sforzo visionario
Le immagini più riuscite della raccolta funzionano esattamente così.
Veniamo all’abbraccio del mare.
Ce ne accorgiamo alla controra
quando l’acqua si fa specchio.Reclina l’onda della nuca
i molluschi nuotano a terra.
In un solo verso, quello conclusivo, viene prodotto un prepotente effetto di estraniamento.
Qui emerge anche il rischio lessicale di Paola Di Toro, che arriva al lettore richiedendo uno sforzo immaginifico, ma con assoluta naturalezza.
Quando i sensi spostano
Un altro verso riassume perfettamente il metodo della raccolta: «…l'odore ormai staccato»
Come essere alla fine
di un tempo che la bocca
morde scoprendo il nòcciolo.
Il senso rimasto aperto
l’odore ormai staccato
- ciò che significhi -
questo terrò stretto.
In cui è dimostrata la manipolazione retorica di cui dicevamo in apertura.
L'odore, normalmente, si diffonde. Qui invece si stacca, venendo tradotto nella sfera del tatto.
C’è sempre altro prima del visibile
Tra tutti i versi della raccolta, uno mi sta più a cuore e sembra contenere non soltanto l'intera poetica dell'autrice, ma il concetto esistenziale della persona oltre l’’opera. Torniamo così a Verde: «Ogni cosa evidente ha la sua preistoria.»
Ogni cosa evidente
ha la sua preistoria
prima che si sveni come il sole
in punta alla fotinie.
C’è una stati di partenza millenaria
che fa incavo al centro dello sterno.
C’è un silenzio capillare tra terra
e cielo prima di invasare
il verde a raffica.
È un'affermazione che va oltre il testo si pone come accorgimento per gli esseri umani.
L'evidenza non coincide mai con l'origine: tra ciò che vediamo e ciò che realmente esiste continua sempre a frapporsi una storia invisibile.
È qui che la raccolta tocca anche il tema dell'incomunicabilità o meglio: di comunicazione sfalsata.
La comunicazione sfalzata
Tra due persone esiste sempre qualcosa che non riesce ad arrivare, qualcosa che è del pregresso che si pone di traverso tra noi e l’altro.
Lo suggerisce magnificamente un altro verso: «Sono cose a mezzo busto, quelle che sussurro.»
Porto acqua e fiori
al tuo corpo di colomba.
Ultimo piano poi il cielo
su di te.
Sono cose a mezzo busto
quelle che sussurro.
A quell’altezza il resto
l’invisibile
ma cade dentro.
Ossia quando la parola rimane su un piano esistenziale distinto ormai inesorabilmente da quello del destinatario.
Continua con una nota biobibliografica →
Paola Di Toro è una scrittrice, poeta, insegnante ed esperta in criminologia italiana, nata nel 1975 a Campobasso.
Ha saputo coniugare la sua formazione giuridica e sociologica con una profonda sensibilità lirica, diventando una voce interessante nel panorama della poesia contemporanea italiana.
Origini e Studi:
Nata e residente a Campobasso, ha frequentato studi classici e ha conseguito la laurea in Giurisprudenza.
Criminologia:
Si è specializzata in Criminologia e Criminalistica. Ha collaborato a ricerche e progetti focalizzati su violenza di genere, tutela dei minori e devianze comportamentali.
Impegno Sociale:
Collabora attivamente con centri antiviolenza, giornali locali e associazioni culturali per la sensibilizzazione sul territorio.
Giornalismo:
Ha maturato brevi esperienze nella cronaca giudiziaria e nel giornalismo televisivo regionale.
Dati sull’opera e altre pubblicazioni
Titolo: Suite arancio
Autrice: Paola Di Toro
Editore: Rita Pacilio
Stato liquido (2022, Delta 3 Edizioni): La sua prima silloge.
Letture complementari →
L’alea – Laura Pugno
Per la riflessione sulla materia vivente, sul corpo e sulla trasformazione della natura in esperienza linguistica
La nave di nebbia – Chandra Livia Candiani
Per il lavoro sulla rarefazione dell'immagine e sulla capacità di rendere straordinario il quotidiano.
Historiae – Antonella Anedda
Per la comune attenzione alle tracce lasciate dalle cose, al rapporto tra materia e memoria e a una lingua che trasforma l'osservazione del quotidiano in riflessione percettiva.
